Un app ci salverà?

Live more with less

Leggo stamattina, sul web manco a dirlo, la notizia di una nuova app, BreakFree, che promette di aiutarci a limitare la nostra dipendenza da smartphone.  Curare con una app la dipendenza da app.
Un paradosso.
Ma davvero questa omeopatia digitale è la soluzione? Ne dubito. Ce ne sono da tempo in commercio altre simili, eppure 176 milioni di consumatori nel mondo continuano ad essere smartphone addicted: sbloccano il proprio telefonino in media 110 volte al giorno, ogni 13 minuti, per controllare se ci sono notifiche di posta, sms, Whatsapp, Fabebook. Quanti di noi lo fanno come prima cosa appena svegli e come ultima prima di andare a dormire? Persino durante una passeggiata in un bosco o mentre sono a tavola con amici, o interrompendo ogni poco la lettura di un bel libro?
Ecco. Iniziamo a preoccuparci.
Proiettandoci di continuo all’esterno evitiamo di guardare in noi stessi.
E anche il confronto che cerchiamo con l’altro è solo virtuale cosi come lo è la nostra
partecipazione ad un evento, ad una discussione, finanche la nostra indignazione. Tutto si
esaurisce con un LIke. Magari dalla spiaggia. Facile, veloce e poco impegnativo.
Qualche giorno fa sono stata a casa di uno scrittore di successo: era zeppa di libri, accatastati ovunque. Gli ho chiesto quanto tempo il web, al quale spesso lo vedo connesso, ha tolto al suo studio, alla sua lettura, alla sua riflessione, alla sua fantasia. Moltissimo, ha ammesso. Pure lui. Un uomo che ha conquistato ad un prezzo altissimo la propria libertà, ora è schiavo.
È la nevrosi sociale e culturale del nuovo millennio: essere sempre connessi. Tranne che con noi stessi. E con il mondo reale che ci circonda.
Con un amico che “sento” tutti i giorni (solo via web, ovvio) c’eravamo ripromessi di restare offline almeno per tutto il week end. Un fine settimana peraltro trascorso entrambi con le persone che più amiamo a fare le cose che più ci piacciono. Senza neppure la debole scusa della noia, del tempo da ingannare controllando le notifiche ricevute.
Nessuno dei due c’è riuscito. Non ci siamo “sentiti” ma entrambi abbiamo “likeato” post di amici su FB o condiviso opinioni.
Siamo addicted, non ce n’è.
Ammetterlo a noi stessi è il primo passo per tornare all’essenziale delle cose prima di accorgerci che ci è sfuggito mentre stavamo “spippolando” compulsivamente sulla tastiera virtuale del nostro smartphone.
Tempo fa quando partivo per una vacanza con mio marito lasciavo lo smartphone a casa, a Milano. Lui no, e si arrabbiava con me: questa mia libertà totale di scegliere a cosa rinunciare, lo spiazzava.
Oggi non riesco più neppure io.
Gira una vignetta sul web in queste settimane: stasera a casa, ho spento il mio smartphone ed ho scoperto di avere una famiglia. Chi ha la fortuna di averla, ci provi. A meno che non se ne voglia liberare.

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